di Massimo Temporelli, Fisico e storico della tecnologia
Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le cose nello stesso modo. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere “superato”.
Albert Einstein (1879- 1955).
Un valido algoritmo del cambiamento, dunque, deve prevedere almeno una crisi all’interno della sequenza delle sue istruzioni. Anzi, la crisi è quasi sempre una delle istruzioni iniziali del processo che porta al nuovo. Dobbiamo però stare attenti a dare alla crisi il significato che merita, né maledizione né benedizione (e qui mi permetto di dissentire con Einstein), ma istruzione innata e naturale nel flusso (in)finito di algoritmi che hanno costruito la cultura umana.
Naturale perché, prima o poi, arriva sempre e per qualunque sistema di regole, un momento in cui gli strumenti proposti da quello stesso sistema non funzionano più: le condizioni ambientali cambiano, alcuni dati inaspettati vengono alla luce e così gli strumenti disponibili (frutto di algoritmi precedenti) non sono più utili a leggere e prevedere cosa accadrà all’interno di quel sistema che prima avevamo sotto controllo.
In ambito scientifico questo evento si è verificato decine di volte, come quando il modello aristotelico-tolemaico è stato superato da quello galileiano (XVII secolo), poi entrato in crisi e superato da quello einsteniano (XX secolo) che, proprio in questi giorni (XXI secolo), a sua volta, sembra essere messo in crisi.
In tecnologia il cambiamento è sinonimo di innovazione e la crisi è segnalata dall’incapacità di alcuni strumenti – macchine, dispositivi o processi produttivi – di rispondere a nuove esigenze nate da mutate condizioni ambientali (sociali, industriali, economiche, ecc). Anche nel mondo della tecnologia la crisi è spesso prima istruzione dell’algoritmo del cambiamento. Alcuni esempi nella storia dell’Information Communication Technology (ICT) possono sostenere questa affermazione.
Metà Ottocento: la ferrovia si stava diffondendo negli Stati Uniti e in buona parte d’Europa, le merci e le persone iniziarono a muoversi con flussi e velocità prima inimmaginabili. In questo nuovo contesto, il sistema di comunicazione basato sulla posta tradizionale entrò in crisi in quanto incapace di rispondere all’esigenza di aumentare la velocità di trasferimento delle informazioni sulla propria rete. (È vero, la posta poteva essere caricata sul treno, ma questo non sarebbe bastato, infatti, un sistema di comunicazione efficiente deve poter trasferire le informazioni più velocemente delle merci e delle persone).
Solo in questo nuovo contesto, esperimenti e ricerche in atto da decenni e legate al trasferimento di informazioni per via elettrica vennero sostenute e finanziate, in Europa (telegrafo di Cooke-Wheatstone) come in America (telegrafo di Morse), per dare vita alle prime reti telegrafiche e a una vera innovazione nel mondo della comunicazione.
Anche la più recente innovazione degli smartphone, che ha sbaragliato il vecchio modello di telefono cellulare nel giro di pochi anni, può essere letta in questa chiave. La crisi del modello precedente è emersa quando le reti di terza generazione (3G) si sono evolute e diffuse ampiamente sul territorio. A quel punto internet e telefonia mobile si sono fuse per dar vita a un nuovo contesto di servizi (convergenza). In questa mutata condizione ambientale i telefoni tradizionali, con schermo piccolo e tastiera estesa, risultarono incapaci di rispondere efficientemente all’esigenza di visualizzazioni immagini, filmati e contenuti internet, mentre gli smartphone, da anni presenti sul mercato con il nome di Palmari o di PDA (Personal Digital Assistant), hanno assunto un diverso significato d’uso sociale e si sono imposti come nuovo paradigma della telefonia mobile.
Dunque, se è possibile individuare nella crisi una delle possibili istruzioni dell’algoritmo dell’innovazione, proviamo a fornire anche altre indicazioni su come proseguire la sequenza di istruzioni con cui si sviluppa e prepara tale processo. Anche in questo caso, la storia della tecnologia ci viene in soccorso, mostrandoci come il segreto di molte innovazioni sia nascosto nel contesto: da lì nasce la crisi, come abbiamo appena detto, e da lì arrivano le risorse per superarla. Quest’ultimo punto può sorprendere. Molte innovazioni della storia sono infatti percepite come delle vere e proprie magie (estemporanee, inaspettate, aliene) e i loro artefici come veri e propri maghi (solitari, geniali, avulsi). In realtà, i più grandi innovatori di tutti i tempi, da Thomas Alva Edison a Henry Ford, da Guglielmo Marconi a Steve Jobs, sono stati, innanzitutto, attenti osservatori del contesto e delle sue mutazioni e poi, solo dopo, hanno saputo trovare, nel contesto stesso, gli strumenti per superare la crisi o per proporre il nuovo, sintetizzando in un prodotto quello che altri già avevano inventato.
Moltissimo studio del contesto (l’analisi) e poi, soltanto dopo, l’intuizione (la sintesi). Sono questi gli elementi caratteristici dell’innovazione. La quantità di passaggi e di istruzioni non ci può essere nota ma la proporzione tra le due fasi ce la indica Thomas Alva Edison:
Genius is one per cent inspiration, ninety-nine per cent perspiration.
(Il genio è solo per l’1% ispirazione e per il 99% traspirazione).
Massimo Temporelli è autore del libro dal titolo Il codice delle invenzioni da Leonardo da Vinci a Steve Jobs, edito dalla casa editrice Hoepli.
L’illustrazione in homepage è stata realizzata da Riccardo Piperno (riccardopiperno@ied.edu).

