“Real Dreamers Ship!”

La prima volta che mi sono sentito orgoglioso di essere italiano è stato da piccolo, in un bar della periferia milanese, un signore dopo aver bevuto frettolosamente il suo caffè dimenticò sul bancone un giornale. In copertina la fotografia di Dino Zoff che alza al cielo la Coppa del Mondo vinta in Spagna dall’Italia allenata da Enzo Bearzot. Tornai a casa tenendo sotto il braccio quella rivista americana, il Time, che dedicava la copertina all’Italia, rappresentata con gli occhi del suo capitano, un friulano abituato a esprimersi con la forza dei grandi gesti, parate magari non spettacolari ma estremamente efficaci. Vorrei provare ad essere nuovamente orgoglioso del mio paese, che pur tra mille ostacoli e difficoltà rimane ancora capace di esprimere talenti che – tra gioie, ansie e ambizioni – hanno il merito di ideare e realizzare alcune delle soluzioni che hanno cambiato e cambiano la nostra vita. Mi piacerebbe un paese meno conservatore e più incline al rischio, in cui si smetta di parlare a vanvera di innovazione (parola abusata) ma che inizi a farla, parafrasando Steve Jobs “real innovators ship” (i veri innovatori fanno!). Siamo un paese con un debito gigantesco senza aver raggiunto nessuna leadership: industriale, tecnologica, finanziaria ed educativa. Vorrei vivere in una nazione che abbia lo sguardo “lungo” e che non viva sempre in “emergenza”.

Eppure esiste ancora un’Italia che funziona e che in passato ha fatto cose importanti, tenendo bene in mente che innovare non significa solo realizzare un nuovo prodotto/servizio ma anche avere alle spalle processi decisionali adeguati. Le cose cambiano, e lo fanno alla velocità della luce, accelerando in maniera vertiginosa tanto l’ascesa di nuove realtà quanto la caduta di attori consolidati (vedi il caso della Kodak). Non bastano la tradizione e la storia per garantire il successo nel mercato, o anche solo la sopravvivenza. Serve sapersi adeguare, velocemente. Occorre saper innovare. E per far ciò non basta fare ricorso al genio o alla fortuna per spiegare un’innovazione di successo. Come spiega il prof. Giorgio De Michelis (nell’ultimo numero di Beltel, vedi in homepage): “Se pensiamo ai casi di Google, YouTube e Facebook, possiamo notare che ciascuno di essi ha avuto una traiettoria evolutiva che lo ha reso in pochi anni molto diverso da come era al suo primo apparire. La chiave del loro successo non è stata nella straordinaria innovatività della loro idea originaria (anche se, evidentemente, quei sistemi avevano qualità non comuni) ma nella loro capacità di sviluppare con i loro utenti un processo di co-evoluzione che li ha resi marcatamente diversi ma sempre più capaci di aderire ai comportamenti, ai bisogni e ai desideri dei loro sempre più numerosi utenti”.  Dopotutto anche il genio necessita di metodo “la cura del dettaglio di cui è capace la Apple – continua De Michelis – non ha nulla di magico né di maniacale: nasce dalla consapevolezza di dover rendere visibili e accessibili le nuove possibilità ad utenti che ancora non le conoscono.” Bisogna innanzitutto non ostacolare idee e innovazione. “La vera fonte di crescita sono le nuove idee” scrive Martin Wolf sul Financial Times del 21 dicembre; sempre su questo argomento Salvatore Bragantini sul Corsera del 23 dicembre scorso faceva notare che “se queste (idee, ndr) nel nostro paese sono viste come un fastidio, il solo abbattere il costo del lavoro abbatterebbe, con i lavoratori, i loro consumi, avvitandoci nella caduta […] L’ambiente economico – non solo pubblico, anche privato – è collusivo e ostile alle nuove iniziative, il che induce a preferire l’inazione a una sfiancante corsa contro mille intoppi”. Abbiamo livelli di istruzione dei nostri lavoratori inferiori alla media di altri paesi europei, insufficienti sono gli investimenti nelle nuove tecnologie e ciliegina sulla torta una corruzione dilagante (vedi ultimo rapporto della Corte dei Conti), terreno ideale per evasione e criminalità. E allora dobbiamo muoverci, darci una svegliata e “fare”! Occorre essere capaci di vedere ciò che ci circonda da una “finestra” diversa, che si apre sul mondo anch’esso diverso e che cambia anche grazie a noi stessi: diventare “noi” il motore del cambiamento. Un nuovo approccio dunque, con la convinzione che la coesistenza e l’iniziativa individuale può portare a cambiamenti a lungo termine capace di far progredire tutti, nessuno escluso (algorithms for social change, www.zikwa.com). E perché no, essere eretici nel modo di pensare e qualche volta di agire, per partecipare a processi di cambiamento ancora possibili pensando che “là dove esiste un bisogno reale, il capitalismo è assente, impegnato com’è nella ricerca ossessiva del profitto” (Benjamin R. Barber, Consumati. Da cittadini a clienti, Einaudi, 2010).

fonte: internet

Qualche giorno fa sui muri di Londra sono apparsi due graffiti, il primo: “Sorry! The lifestyle you ordered is currently out of stock” (Mi dispiace! Lo stile di vita che avete ordinato è attualmente esaurito), il secondo raffigurava una donna con il carrello della spesa in caduta libera. L’arte di Banksy – questo  lo pseudonimo  che si è dato ma la sua vera identità rimane un mistero – si manifesta immediatamente come un’esplicita e aspra provocazione nei confronti dell’establishment, del potere e del consumismo. I suoi “stencil”, immediati come manifesti pubblicitari, appaiono ovunque, anche nei luoghi più impensabili della città, e spesso ne sottolineano e spiegano i caratteri. Il suo è il risultato di una osservazione critica su ciò che ci circonda. Il 2011 appena concluso è stato un anno di sperimentazione di nuovi modi di lavorare, guidati dall’innovazione tecnologica e legati a profondi mutamenti sociali e che Beltel ha osservato (a volte prima di altri): penso al Crowdsourcing, oppure all’Internet of Things (con i ragazzi di Minteos) ma anche agli effetti della Rete e dei social network come catalizzatore nella protesta della “primavera araba” e ancora il movimento “tutto occidentale” di Occupy Wall Street. Continueremo a farlo anche nel nuovo anno appena iniziato, sia nelle pagine di questa Rivista ma anche fuori attraverso i nostri Osservatori. Cercando di essere unconventional e di costruire una visione che parta dall’esperienza di ciascuno per costruire con l’immaginazione, il coraggio, la creatività e il cuore qualcosa che ancora non c’è. Ho visto svanire tra i lacrimogeni di Genova il sogno di cambiamento della mia generazione. Ora, con più disincanto e maggiore determinazione voglio che l’Italia cambi, dobbiamo tornare a essere attori, e non più spettatori!

Dario Andriolo